Recensione: “Il Paese dei suicidi” di Yū Miri


Sinossi:

«Voglio morire». Mone è un’adolescente all’inizio delle scuole superiori. Dovrebbe essere una ragazza come tante, ma la sua vita sembra andare a rotoli e non ha nessuno su cui contare. Una famiglia solo in apparenza. Il padre ha un’amante da anni e lei è l’ultima a scoprirne l’esistenza. La madre preferisce il fratello minore, satoshi, e progetta di portarlo via con sé, lontano dalle radiazioni, lasciandola indietro. Un gruppo di amiche con cui ha un rapporto superficiale, di cui non sente di fare parte davvero. Il suo unico alleato è il cellulare che porta sempre con sé, grazie al quale può raggiungere il lato più oscuro di internet. Ciò che trova è un forum, una chat di morte dove individui di età e provenienza diverse, con le motivazioni più disparate, cercano dei compagni con cui togliersi la vita. Yodogawa, namiki e nana sono gli utenti anonimi che entrano a far parte del gruppo della fine, i compagni che ha scelto per accompagnarla nel suo ultimo viaggio. Un cammino verso la morte che porterà mone a entrare in contatto con aspetti di se stessa prima sconosciuti.


Recensione:

A metà tra il racconto e l’autobiografia, “Il paese dei suicidi” è un’opera dalle tematiche scottanti.
Il ritratto di una società, quella del Giappone, non tanto perfetta quanto appare.

La morte è bianca o nera? Esiste il concetto di dissolversi nell’oscurità, ma anche quello di essere trascinati verso la luce. La morte è calda o fredda? Il cadavere è freddo, ma com’è l’anima che abbandona il corpo? Alle elementari pensava sempre alla morte prima di andare a dormire. O meglio, non riusciva a pensare ad altro che alla morte. Non le sarebbe dispiaciuto morire in quel momento se tutto il resto del mondo fosse scomparso insieme a lei. Ciò che la spaventava della morte era che, a distanza di anni, di lei non sarebbe rimasta alcuna traccia.”


Questa è la storia di Mone, un’adolescente delle scuole superiori segnata da una vita che lentamente va a rotoli.

Portata allo stremo da una serie di eventi, Mone desidera morire.
La nonna, l’unica persona a lei più cara, viene a mancare e, nel frattempo, scopre che il padre ha un’amante da molto tempo.

Ignorata dalla madre che preferisce il fratello minore, Satoshi, a lei, ed emerginata dal gruppo delle amiche all’interno del quale si sentiva continuamente a disagio e sotto pressione, scopre in Internet un forum dove può chattare con persone di ogni età e di ogni luogo, accomunate dal desiderio di trovare compagni con cui suicidarsi.

Ma quello di Mone è un viaggio verso la morte che la porterà a fare chiarezza su alcuni aspetti di sé stessa che prima ignorava, a vedere la vita con occhi diversi.

La morte come affermazione della vita.
Perché solo avvicinandosi alla morte, Mone riesce a sentirsi un po’ più viva. Accettarla come una calamità imprescindibile, un evento naturale così come la vita.
Un viaggio necessario, tutto in discesa verso l’oblio, solamente per poi risalire, per sentirsi viva.

“Dicono che siano le persone deboli a togliersi la vita. Significa che chi continua a vivere è forte? Che puoi diventare forte solo se non sei morto? Che da vivo puoi sempre migliorare? Cosa c’è di buono nel diventare forte? Cosa vuol dire? Io sono debole o forte?”

Ed è un po’ quello che è successo all’autrice, Yū Miri.
La storia di Mone è in parte la sua storia: un resoconto della sua vita e delle esperienze che l’hanno segnata.

Ne “Il paese dei suicidi“, Yū Miri riversa l’attenzione – e in un certo senso il suo disprezzo – verso la società giapponese. Ne mette in risalto i lati negativi e, in particolare, muove una critica verso il suo sistema scolastico che pretende sempre troppo dagli studenti.

Ma l’autrice non si limita a ciò: basandosi sulle sue esperienze, Yū Miri tocca temi delicati e universali che interessano la maggior parte degli adolescenti.

Nel suo romanzo c’è incomprensione, solitudine e un forte senso di estraneità verso la società; c’è inadeguatezza, il bisogno di cercare continuamente il conforto e l’approvazione di altre persone.

“A volte voleva iniziare a vivere, altre volte voleva che tutto finisse. Desiderava entrambe le cose ed era per quel motivo che esitava, si tormentava ed esitava ancora.”

Con uno stile pulito e dosato, l’autrice tocca le corde dell’animo umano grazie ad un’analisi profonda sul suicidio, sul bullismo, sulla mancanza di identità e il dramma dei rapporti famigliari.

Il paese sei suicidi” è un’opera estremamente intima e raffinata.
Un romanzo di forte intensità emotiva che rivela una facciata differente di quella che siamo abituati a vedere della società giapponese.
Una storia che, inevitabilmente, spinge i lettori a prendersi un po’ di tempo per riflettere.

Declaimer: ringrazio la casa editrice Atmosphere Libri per avermi omaggiato la copia.


La mia valutazione:


Piccole informazioni sul libro e sull’autore:

Curatore: Laura Solimando
Editore: Atmosphere Libri
Collana: Asiasphere
Anno edizione: 2020
In commercio dal: 23 gennaio 2020
Pagine: 194 p., Brossura
EAN: 9788865643211


Yū Miri:

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Yū Miri nasce nel 1968 a Yokohama nella prefettura di Kanagawa in Giappone. Scrittrice di origine sudcoreana, incentra le sue opere sulla mancanza di identità e il disagio generato dalla sua condizione. Dopo aver abbandonato gli studi superiori a causa di discriminazioni, l’autrice entra a far parte della compagnia teatrale “Tokyo Kid Brothers”. Si dedica prima al teatro, come attrice e compositrice di testi teatrali, e poi alla scrittura di opere letterarie e di saggi ottenendo premi in entrambi i campi e molto successo in Giappone e all’estero. In Italia ha pubblicato Scene di Famiglia (Marsilio, 2001) e Oro rapace (Feltrinelli, 2005).

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